La Simbiosi industriale

Nel 1992 il fisico Robert Frosch [[i]], introduce il concetto di analogia tra ecosistemi naturali ed ecosistemi industriali, ossia di “ecologia industriale”, nell’ambito di un Colloquium paper. Secondo Frosh, per analogia con gli ecosistemi naturali, un sistema eco-industriale, oltre a ridurre la produzione di rifiuti nei processi, dovrebbe massimizzare l'impiego efficiente dei materiali di scarto e dei prodotti a fine vita, come input per altri processi produttivi. Tale sistema può essere innescato, secondo Frosh, solo se si ha l’interazione di numerosi attori che concorrono a risolvere un numero congruo di potenziali problemi. Nell’ambito delle azioni che possono essere realizzate per andare verso un sistema ecoindustriale Frosh include, tra le altre, la progettazione dei prodotti finalizzata al riciclo/riuso a fine vita, l’internalizzazione dei costi di smaltimento dei rifiuti per prodotti e processi, la responsabilità del produttore.

Negli stessi anni (1989) Robert Ayres [[ii]] elabora la metafora della biosfera/tecnosfera al fine di spiegare ed illustrare i concetti di ecologia e metabolismo industriale (Tab.1). L’analogia si basa sulle seguenti considerazioni: nella biosfera, l'evoluzione ha portato ad un uso efficiente dei materiali e dell'energia; nella tecnosfera, si assiste allo sfruttamento delle risorse ed al rilascio nell’ambiente di sottoprodotti inutilizzati (emissioni in aria, acqua, suolo); imparando dalla biosfera, la tecnosfera può progettare e gestire i propri processi cercando di migliorare la propria efficienza e limitando, il più possibile, il rilascio di sottoprodotti inutilizzati nell’ambiente.

Tabella 1: La metafora di Ayres per illustrare la disciplina dell’ecologia industriale.

Fonte: Ayres R.U, 1989

Attraverso l’analogia con gli ecosistemi naturali, che si distinguono per il loro carattere ciclico, si introducono i concetti di metabolismo industriale e di simbiosi industriale. Secondo Paul Hawken [[iii]] l’ecologia industriale fornisce per la prima volta uno strumento di gestione integrata, su larga scala, che progetta le infrastrutture industriali “come se fossero una serie di ecosistemi industriali interconnessi ed interfacciati con l’ecosistema globale”. Per la prima volta, l'industria sta andando oltre la metodologia del ciclo di vita e sta applicando il concetto di ecosistema al complesso delle attività industriali, collegando il metabolismo (industriale) di un’industria con quello di un’altra. Secondo Ayres [[iv]] si intende con “metabolismo industriale” la catena dei processi fisici che trasformano le materie prime e l’energia, oltre al lavoro, in prodotti e rifiuti. Uno degli obiettivi della disciplina del metabolismo industriale è quello di studiare il flusso dei materiali attraverso la società al fine di comprendere meglio le fonti, le cause e gli effetti delle emissioni [[v]]. Secondo Chertow [[vi]], la “Simbiosi Industriale” coinvolge industrie tradizionalmente separate con un approccio integrato finalizzato a promuovere vantaggi competitivi attraverso lo scambio di materia, energia, acqua e/o sottoprodotti. Tra gli aspetti chiave che consentono il realizzarsi della simbiosi industriale ci sono la collaborazione tra imprese e le opportunità di sinergia disponibili in un opportuno intorno geografico ed economico.

Già Renner nel 1947 [[vii]] aveva introdotto il concetto di Simbiosi Industriale: “Ci sono rapporti tra le industrie, a volte semplici, ma spesso molto complessi, che entrano in gioco e complicano l'analisi. Tra questi uno dei principali è il fenomeno della simbiosi industriale. Con questo si intende l'insieme degli scambi di risorse tra due o più di industrie dissimili”. La simbiosi industriale offre, quindi, uno strumento per la chiusura dei cicli delle risorse, proponendo la relazione, e quindi lo scambio di risorse, tra “dissimili”.
Nella figura seguente viene proposto in sintesi il funzionamento di un sistema industriale di tipo "tradizionale", senza scambi tra realtà produttive, ed uno di tipo "ciclico", con scambio di materie prime-seconde, energia, servizi, acqua e competenze.





Modelli di Simbiosi Industriale

Dal punto di vista organizzativo, la Simbiosi Industriale si può realizzare secondo diversi modelli: le esperienze di sviluppo di distretti di simbiosi industriale, tipo Kalundborg; i Parchi Eco-industriali; le Reti per la Simbiosi Industriale.

Mentre nei primi due casi i meccanismi di simbiosi industriale che si realizzano sono suscettibili di minori variazioni (modello continuo), il terzo tipo di approccio è molto meno vincolato e consente di realizzare interventi di Simbiosi Industriale variabili nel tempo e nello spazio (modello batch).

Al primo gruppo appartengono esperienze di sviluppo tipo quelle di Kalundborg, cioè fenomeni di sviluppo di meccanismi di Simbiosi Industriale in ambiti territoriali più o meno estesi, tra più realtà che nel tempo realizzano specifici interventi per la chiusura e l’ottimizzazione dei cicli. Si tratta cioè di un approccio “bottom-up”: il sistema di relazioni tra imprese nasce indipendentemente da una specifica programmazione, ma sulla base di specifici accordi tra due interlocutori che si accordano per realizzare scambi di materia, energia o servizi.

Al secondo gruppo, i Parchi Eco-Industriali, appartengono iniziative di stampo statunitense, realizzate inizialmente e principalmente, negli Stati Uniti/Canada ed in Asia. Si tratta in questo caso di un approccio “top-down”, in quanto il parco eco-industriale è programmato, progettato e gestito sulla base dei principi dell’ecologia e della simbiosi industriale.

L’esperienza italiana delle aree industriali ecologicamente attrezzate (AEA), introdotte nell’ordinamento nazionale dall’art. 26 del D.Lgs. 112/1998 che le definisce come aree industriali “dotate delle infrastrutture e dei sistemi necessari a garantire la tutela della salute, della sicurezza e dell’ambiente”, costituisce un modello che si avvicina all’esperienza dei Parchi Eco-industriali. In tali aree la stessa norma impone la presenza di una gestione unitaria e stabilisce che “gli impianti produttivi localizzati nelle aree ecologicamente attrezzate sono esonerati dall'acquisizione delle autorizzazioni concernenti la utilizzazione dei servizi ivi presenti”. Tuttavia, si può notare che nel caso delle AEA l’obiettivo è principalmente quello di gestire in maniera unica ed integrata i servizi ambientali connessi con le attività industriali, anche al fine di semplificare gli adempimenti amministrativi per la gestione degli aspetti ambientali.

Le reti per la Simbiosi Industriale, invece, sono strumenti finalizzati a consentire l’incontro tra domanda ed offerta di risorse (nel senso lato inteso dalla simbiosi industriale) tra interlocutori che per attività economica e sociale non hanno altrimenti occasione di incontro. Nell’ambito di questo ultimo approccio rientrano ad esempio il caso del NISP in Gran Bretagna, e la presente Piattaforma di Simbiosi Industriale per la Regione Sicilia.



[i] Frosh R.A. (1992), “Industrial ecology: a philosophical introduction”, Proc. National Academy of Sciences USA, Vol. 89, pp. 800-803.

[ii] Ayres Robert. U. (1989), “Industrial Metabolism”, in Technology and Environment, pag. 23-49, Washington D.C., National Academy Press.

[iii] Hawken Paul (1993), “The Ecology of Commerce”, New York: Harper Business.

[iv] Ayres, R.U. (1994). “Industrial metabolism: Theory and policy”. In: Ayres, R.U., Simonis, U.K. (Eds.), Industrial Metabolism: Restructuring for Sustainable Development. United Nations University Press, Tokyo, pp. 3–20.

[v] S. Anderberg (1998), "Industrial metabolism and linkages between economics, ethics, and the environment", Ecological Economics, 24, pp 311-320.

[vi] M.R. Chertow (2000). “Industrial Symbiosis: Literature and Taxonomy.” Annual Review of Energy and Environment, 25: 313-337.

[vii] Renner, G.T. (1989), “Geography of Industrial Localization”, Economic Geography 23, no. 3: 167–189., 1947